martedì 3 luglio 2012

CAT BOAT 4^ parte


AGLAJA
Storia di un Cat Boat e di altre barche a vela.
4^parte: Malamocco come Capo Horn !

A Montegrotto Terme, vicino a Padova, andavo per alcuni lunghi Weekend a ritemprarmi d’inverno, con lunghe nuotate quotidiane in acqua termale.
Mio fratello abitava ad Abano, lì vicino, così a volte mi univo a lui per raggiungere l’Aglaja in quel di Sottomarina e farci il solito giro, dentro e fuori laguna.
Una volta, in pieno inverno, forse nel periodo delle vacanze di Natale, era una giornata di sole pallido, vento teso e mare formato, come lo trovammo uscendo dal canale di Pelestrina, appena lasciata Sottomarina.
Vento e mare ci erano a favore, arrivando da Ovest, Sud Ovest, tra il Levante e lo Scirocco, per cui impostammo un'andatura tra il lasco ed il traverso, essendo noi diretti come al solito verso Nord, Nord Est.
Percorremmo così tutta la lunghezza dell'Isola di Pelestrina, 10 km. in nemmeno un'ora, alla velocità di 6 - 7 nodi, niente male.

Arrivando al canale di Malamocco ero al timone e notai già da lontano una cosa stranissima: all'interno del canale c'era un importante cabinato che stava procedendo con tutte le vele armate, gonfie di vento, risalendo verso Venezia.
Stava entrando in laguna, sbandato e beccheggiante, cioè inclinato di lato, come sono spesso le barche a vela quando forzano l'andatura su venti tesi che incrociano la loro rotta. Il beccheggio è invece il dondolio dello scafo da poppa a prua, che lo porta ad alzare ed abbassare alternativamente poppa e prua per effetto delle onde.
Onde che noi, ancora in mare aperto, verificavamo sui due metri di altezza, mare forza cinque. Ma erano onde di lunghezza tale da non creare grossi problemi.
Lo strano di quel veliero era che, nonostante avesse vento e mare a favore e tutte le vele gonfie e ben tesate, rimanesse fermo nel canale, quasi senza avanzare...

Li per lì pensammo ad un improbabile effetto ottico, non trovando comunque spiegazioni: i punti cospicui di riferimento, per cui potevamo traguardando valutare i movimenti di quel natante indicavano un suo avanzamento nel canale praticamente irrilevante...
come se fosse fermo !
Ma arrivando poi all'ingresso del canale capimmo la ragione di quello strano fenomeno: Il canale era come un turbinoso torrente in piena che stava riversando in mare un'enorme massa d'acqua, quella che aveva il giorno precedente riempito la Laguna, determinando l'acqua alta a Venezia.


(veliero che procede sbandato a causa del vento)


Ritornando in mare aperto quell’alta marea formava una fortissima corrente che si scontrava con le onde del mare, che spingevano in direzione opposta, per cui la foce di Malamocco, alla quale stavamo arrivando, ci si presentava come una sorta di spaventoso guazzabuglio d'acqua, un alternarsi di forze contrapposte che creavano salti e spinte dirompenti di due o tre metri d'altezza, una situazione in definitiva molto critica e pericolosa da affrontare.
Io ero al timone da circa un'ora, ed avevo già faticato non poco a mantenere la barca in rotta, dovendo continuamente contrastare la spinta di poppa delle onde che tendevano a traversarla.
Ma a parte questo mi furono subito chiari i rischi della situazione.
Il pericolo principale era quello di trovarsi "traversati", cioè con lo scafo messo di traverso rispetto alla spinta delle onde dirompenti e quindi non solo in difficoltà di ulteriori manovre, ma sopratutto nel rischio di "scufiare", cioè di rovesciare la barca !
Le pareti del canale erano vicine, neppure cento metri, ma rimanere a galla in quel guazzabuglio di onde disordinate, con una temperature dell'acqua sicuramente assai vicina a zero gradi, per nuotare fino a riva sarebbe stata una prova ai limiti delle nostre capacità fisiche, per quanto notevoli e verificate potessero essere.
Con mio fratello ci guardammo perplessi, mi sembra senza quasi parlare: era chiaro che non avevamo alternative. Tornare indietro, contro il mare e vento era quasi improponibile. Forse proseguire, per tutta la lunghezza dell'Isola del Lido, sino al Cavallino, sperando di trovare poi là una situazione migliore...


(a destra: foto aerea del canale di Malamocco, che si
vede in basso, dove indicato "bocca di porto". Sopra c'è il litorale del Lido, sotto, dall'altra parte del canale, inizia l'isola di Pelestrina)

Ma poteva essere anche peggio !
Ci accingemmo allora ad affrontare quel gran "bullesumme" di onde disordinate e dirompenti, una sorta di piccolo Capo Horn… Come avevo previsto l'impatto fù molto duro e dovetti fare una fatica terribile per tenere in rotta l'Aglaja: le onde da poppa, il vento dal lasco e la corrente del canale da prua continuavano a spingerla in tutti i modi per farla traversare, cioè girarla su se stessa, ciò che io riuscivo ad evitare con la forza della disperazione, la possenza delle mie notevole ed allenate spalle e braccia, ed un’ abilità di timoniere che soprattutto in quell’occasione ebbi a confermarmi.
Mio fratello mi aiutava cercando di regolare al meglio le vele, ma in una situazione del genere era un lavoro quasi impossibile.
Tuttavia avanzammo di qualche decina di metri all'interno del canale, finchè trovammo la massima spinta contraria nella sua parte più stretta, quella per i cui il breve delta dell'imbuto si stringe nella sua minima sezione, quella della larghezza costante del canale.

Il mio punto di riferimento era il Faro, posto alla nostra destra all'ingresso del canale: lo avevamo superato di forse qualche metro, ma dopo mezz'ora di navigazione eravamo ancora lì davanti...
(a destra: il faro di Malamocco)


Mi domandavo che cosa stesse pensando chi dal faro ci stava sicuramente osservando. Sopratutto se sarebbe stato in grado di fornirci un qualche aiuto in caso di naufragio. Sicuramente non in tempo utile, temevo.
In quella, con le spalle che ormai non ne potevano più dalla fatica di contrastare continuamente la barra del timone (arrivai persino a temere che mi si potesse spaccare tra le mani, per le spinte cui era sottoposto), mi rivolsi a mio fratello e gli proposi, con falsa calma apparente: "e se accendessimo anche il motore?". Lui fù subito d'accordo, forse dalla serie di "boia chi molla", ed a mollare ero stato io...
La spinta del motore entrobordo unita a quella delle vele ci permise di risalire così tutto il canale, che allontanandoci dal mare assumeva un andamento più regolare, meno frastornato, pur restando fortissima ed impressionante la spinta contraria delle acque in uscita dalla laguna. In totale ci vollero due ore per risalire quel chilometro scarso, mentre prima in una nepure un ora avevamo filato i 10 km. dell'Isola di Pelestrina !
A metà canale cedetti il timone a mio fratello per riposare i muscoli affaticati dalla barra.
Come sbucammo finalmente in laguna fummo subito in tutt'altro mondo: la calma placida delle acque ferme, l'andare di bolina tra le bricole, episodicamente aiutati dal placido ronzio del motore tenuto a basso regime, senza quasi avvertire il vento, al riparo delle case, ridossati oltre il basso rilievo dell'isola.

Ma non fù questa la mia sola avventura con Aglaja.
Anche perché qualche anno dopo ne divenni proprietario, in società con l’amico che svariato tempo prima l’aveva posseduta, navigandoci alle Baleari e sul Lago Maggiore.

Mio fratello con quella barca aveva fatto una grossa esperienza ed aveva abbondantemente concretizzato la sua formazione nautica, grazie ad una grande passione e propensione, che lo portarono ad avere in quella quasi una ragione di vita. Andando per mare a vela lui rinasceva, rifioriva, dimenticava o perlomeno esorcizzava i tanti guai e problemi che purtroppo lo angosciarono per tanto tempo, sia a livello familiare che professionale.
Soprattutto ritrovava la parte forse migliore di se stesso, esaltandosi poi nei continui progressi e successi della sua crescente bravura nel navigare.
Dedicando a quella passione quasi tutto il suo tempo libero divenne così molto competente: un ottimo “skipper”, con tutte le credenziali.
Almeno a livello diportistico, che nell’andare a vela non è assolutamente poca cosa.
Ci sono tanti che lo fanno, ma bisogna vederli, misurarli…
Molti escono solo con il mare calmo e venti moderati…, e non appena incontrano qualche problema subito accendono il motore e riparano in porto. Nel migliore dei casi alzano la tormentina (piccola vela di prua avente solo l’effetto di stabilizzare la barca in caso di tempesta…) o lasciano aperto un triangolino di vela sul girofiocco, che è quasi la stessa cosa, dando così un’illusione dell’andare a vela, ma con l’elica sotto che spinge in dislocamento.
Mio fratello invece si rassegnava ad accendere il motore solo nei casi estremi, ome quello del su citato, arduo attraversamento del canale di Malamocco.


Così dopo qualche anno capitò l’innevitabile: l’Aglaja era diventata troppo piccola ed inadeguata per le sue cresciute ambizioni e capacità, non gli consentiva un’abitabilità adeguata a bordo ed un livello di prestazioni che gli permettessero ad esempio un sicuro e più rapido trasferimento nella prospicente Jugoslavia, le cui coste sono assai più amene di quelle Venete e romagnole (Trieste a parte), ricche di baie ed insenature, soprattutto di un’infinità di isole, navigare tra le quali era assai più bello che non la ripetitiva monotonia del rifare per l’ennesima volta il giro dell’Isola di Pelestrina…

Ciò che verificammo insieme nell’estate del 1992, vent’anni fa, noleggiando un cabinato a vela sull’isola di Krck, subito a sud della penisola Istriana. Era un classico sloop sui 10 metri (Elan 33, v. foto a lato), con ampio pozzetto, saloncino ben attrezzato e posti letto adeguati per quattro, noi due più le mogli.
Fù una felice esperienza, favorita dal bel tempo, venti perlopiù adeguati e mare tranquillo, durante la quale unica settimana avemmo modo di apprezzare quel tipo di andar per mare, le mogli incluse (che non è poco!).
Non sviluppammo grandi itinerari, raggiungendo come massimo Lussino e fermandoci a dormire solo tre notti lontano dal porto base di partenza, due volte in rada libera ed un’altra in porto a Lussino, anche per necessità di rifornimento (riuscimmo infatti a fare il pieno d’acqua nel serbatotio del…gasolio…disastro!).
Ma potemmo distribuire al meglio il nostro tempo, tra l’andare a vela, nuotare, prendere il sole, pescare, visitare villaggi e cittadine, apprezzare qualche ristorante di pesce…
Forte anche di quell’esperienza mio fratello, che nel frattempo si era anche dotato di adeguata patente nautica, acquistò un Ketch, un due alberi a vela sui 10/11 metri, una bella barca classica stile “cutter” di fabbricazione Inglese, molto tosta e marina, in grado di esprimersi ottimamente a vela.

Trovò l’occasione nella grande marina di Aprilia, a Lignano Sabiadoro, dove nel frattempo aveva trasferito l’Aglaja, alla ricerca di itinerari meno ripetitivi.

(a destra: Cutter Ketch in navigazione)

E con la sua nuova barca nell’estate del’93 tornammo nella ex Jugoslavia per approfondire e dilatare la felice esperienza dell’anno prima: questa volta l’itinerario prevedeva due settimane di navigazione, durante le quali avremmo potuto raggiungere anche le mitiche isole Kornati, a Sud in Dalmazia.
Si era infatti ormai allontanata la brutta guerra che aveva disastrato fino all’anno prima gran parte di quelle regioni, che erano state perciò Off Limits, soprattutto nella parte Sud della Croazia.
Partimmo all’alba di una mattina d’inizio Agosto in una bella giornata di sole. Ci volle un’ora per uscire in mare, dalla laguna di Marano in calma piatta, all’interno della quale si trovano le grandi marine che ospitano migliaia di barche da turismo, Italiane, Austriache , Tedesche…
Noi battevamo bandiera Austriaca, quella dell’immatricolazione originale della barca, che mio fratello non aveva ancora fatto in tempo a cambiare e che spesso ci indusse in equivoco, quando incontravamo dei tedeschi che volevano fraternizzare con noi, che non parlavamo una parola di quella lingua !
La prima tappa prevista era Rovigno, a circa 60 miglia, ma presto fù chiaro che avremmo dovuto fermarci assai prima.
Uscendo in mare aperto incontrammo infatti un teso Scirocco che ci soffiava sul naso, contro il quale dovemmo ingaggiare una faticosa e scomoda bolina per tutta la giornata, contro onde formate ed irregolari che facevano beccheggiare la barca senza tregua. Uno sbattimento continuo, con inevitabili spruzzi che ci innonadvano in continuazione, ma sopportabili per il forte caldo della giornata di solleone.
Era quello il nostro unico ristoro. Per il resto era come essere, e lo fummo per ben dodici ore, in groppa ad un cavallo indomito al rodeo di Kansas City…

Le donne soffrivano in silenzio.
Mia moglie, che è sempre stata irrazionalmente paurosa delle barche, aveva il volto teso in una maschera tragica e si teneva con tutte le forze, contratta e rattrappita, incastrata contro la panca del pozzetto, le unghie conficcate nel tek della coperta…
(a destra: Rovigno, meta della nostra prima tappa di navigazione: Sullo sfondo la pineta nella cui baia riparammo per tre giorni)
Se fossimo stati soli o se la navigazione fosse dipesa da me solo, sicuramente avrebbe preteso di tornare subito indietro, comunque di cambiare registro a quella situazione.
Ma non essendo così e non volendo fare la guastafeste continuò a soffrire in silenzio, molto stoicamente. E per mia cognata credo fosse la stessa cosa.
Finalmente verso sera arrivammo all’altezza di Parenzo e mio fratello si arrese all’evidenza di una situazione che richiedeva un cambiamento di programmi.
In porto si erano già rifuggiati in tanti e non c’era più un buco, per cui riparammo in rada, dove io cercai di recuperare le articolazioni, anchilosate da quella lunga cavalcata, con una lunga e meritata nuotata. Poi col tender raggiungemmo la riva, andammo a cena ed a fare un po’ di turismo nella cittadina Croata.
La mattina dopo all’alba altra nuotata e poi via di nuovo, a goderci lo Scirocco ancora più teso del giorno prima e le onde contrarie, che ci sgropparono ancora per tutta la giornata, finchè infine non approdammo all'ambita prima meta: Rovigno.
Anche qui niente posto in porto, tutti scappavano quel mare rifugiando al riparo senza contare eravamo in Agosto... Riparammo in rada, come molte altre barche, accanto alla magnifica pineta del parco naturale di quell’antica cittadina, di origine tipicamente Veneziana.
E li restammo nei tre giorni successivi, perché il mare era ulteriormente incattivito ed il vento continuava ad essere assolutamente contrario alla nostra navigazione.
Mio fratello faticosamente si rassegnò e le donne tirarono un sospiro di sollievo.


(a destra: la baia in cui ancorammo, circondata dalla pineta. L'orrido albergone in primo piano
per fortuna non lo vedevamo dalla baia).
A me era facile essere solidale con loro, soprattutto per via della mia schiena che non mi permetteva “rodei” di 10-12 ore, ma richiedeva altrimenti lunghe nuotate. Che nella baia di Rovigno riuscivo a fare alla grande ! Così come lunghe passeggiate nella pineta, sul cui soffice tappeto erboso trovammo molte ore di ristoro e relax, apprezzatissimi anche dalla povera cagnolina di mio fratello, la nostra mascotte in quell’ardua navigazione, che come noi e forse più aveva sofferto e sopportato le due precedenti dure giornate di navigazione.
A sofrire era invece ora mio fratello, che aveva ormai sviluppato la sindrome del velista ad ogni costo, quello che deve andare, andar sempre andare e andar…, come qualcun altro mi è capitato di conoscere, gente che si ritrova a proprio agio soprattutto nelle grandi traversate oceaniche, che durano svariate settimane, senza mai vedere terra o toccare un approdo, cioè i veri lupi di mare della vela !
Era divenuto il suo “must”, la sua massima ambizione di skipper ed il suo principale divertimento e quindi mal sopportava nel sentirsi limitato a terra, li confinato con la sua nuova, tosta ed attrezzata barca a vela: le sue ormai esercitate capacità richiedevano ben altre verifiche! Come le Isole Kornati, molto più a Sud, il suo obbiettivo. I tempi previsti per il nostro viaggio, sole due settimane: a quel ritmo di avanzamento non ce l’avremmo mai fatta ad andarvi e tornare !
Ogni mattina lui era in capitaneria alleggersi il bollettino per il naviganti.
Che immancabilmente diceva: vento forte da Sud, mare forza 5-6…, cioè sempre una situazione del tutto sfavorevole al nostro procedere.
Per tre giorni tenne duro, sforzandosi di rilassarsi con noi, nella piacevole permanenza in baia, a Rovigno, ma la sera del terzo giorno annunciò: domani ripartiamo, non importa quale sarà la situazione del mare !
Anche perchè, aggiunse, è previsto un miglioramento delle condizioni…

Io allora mi feci carico della disponibilità di mia moglie a continuare: lei non avrebbe mai avuto il coraggio di ribellarsi ed avrebbe, incautamente e stoicamente accettato di ripartire, tranne poi pentirsene amaramente.
Io, che a livello strettamente personale sarei stato anche disponibile, pur non condividendo le istanze quasi ossessive di mio fratello, la feci realisticamente ragionare, suggerendole che avevamo un alternativa, da me già reconditamente verificata: prendere l’aliscafo che da Rovigno in due ore arriva a Grado e da lì raggiungere Aprilia, cioè Lignano Sabbiadoro, dove ci aspettava il nostro Pik Up Mitsubishi, comodamente attrezzato a camper, con un giaciglio perfino più comodo di quello che non avevamo sulla barca di mio fratello, gran natante ai fini della navigazione ma molto spartano in quanto a comodità di alloggiamenti.
Con ciò le feci un enorme regalo, quanto immenso lo imparammo solo tre settimane più tardi !
La mattina dopo in Capitaneria il bollettino recitava: vento da Sud teso ma in diminuzione, mare forza 4-5 (cioè un po’ meno agitato).
Mio fratello era felice, si parte ! A me toccò però ridimensionare la sua allegria annunciando che noi ci saremmo ritirati: mia moglie non se la sentiva più di continuare…Proseguendo in quella situazione per lei quella vacanza rischiava di divenire una sofferenza totale…
Già che eravamo in porto andammo a prenotare due posti sull’aliscafo per Grado (v.foto a lato), che partiva nel pomeriggio e poi tornammo in baia a fare un ultima nuotata.

Loro salparono alla volta del loro destino lasciandoci, mentre uscivano dal porto, al molo dal quale sarebbe partito di li a poco anche il nostro aliscafo.
Li vedemmo così allontanarsi verso il largo, tutti e tre votati ad un’avventura non da poco, che vale sicuramente la pena di essere raccontata, nella prossima puntata: mio fratello, finalmente tornato alla sua ambita navigazione, mia cognata e la loro povera cagnolina con uno sguardo negli occhi che ci sembrò esprimere invidia e già nostalgia per noi che invece tornavamo indietro…
Fù un presagio ? Forse, ma non benedimmo mai abbastanza quella decisione, alla luce di quanto poi accadde.
La bella barca dallo scafo classico e filante e dalle rosse, romantiche vele sembrò presto stranamente piccolissima, mentre si allontanava nel mare aperto, fuori dal porto, e presto sparì verso il largo, tra le onde altalenanti di un mare ancora agitato.

Dopo un ora noi salivamo sul grande aliscafo, velocissimo e silenzioso, dotato di aria condizionata, grandi vetrate a maxischermi TV. Comodamente rilassati nelle garndi poltrone viaggiammo nelle due ore successive godendoci alternativamente i panorami della costa Istriana e l'atletica leggera, in diretta dalle Olimpiadi in corso.
Giunti a Grado contrattammo con un tassista il nostro trasferimento ad Aprilia, dove arrivammo verso le sette di sera: grande nuotata nella piscina della marina super attrezzata ed una ricca, buonissima cena a base di pizza in un ottimo ristorante li vicino, in pineta. Quindi a nanna nel nostro comodo camper, improvvisato nel PikUp, assai comodo anche per la vicinanza con gli ottimi servizi della marina.
Il giorno dopo, mentre rientravamo, programammo un’improvvisata vacanza in montagna con altre due copie di giovani parenti, il fratello di mia moglie e mia cugina con rispettivi partenrs, ma ci fermammo a Montegrotto Terme, che era per strada, per un ulteriore giornata di relax. Passammo poi altri due o tre giorni a casa, in alta Brianza, dove eravamo comunque dotati di parco condominiale, tennis e piscina, in attesa che ci raggiungessero da Genova mia cugina e suo marito, per poi ripartire insieme verso il Trentino, la val di sole e la val Rabbi, dove arrivarono anche da Padova mio cognato e la sua compagna, e tutti insieme trascoremmo una piacevole vacanza, tra escursioni e nuotate nella piscina comunale di Malè.
Mentre eravamo ancora là, verso il 20 di Agosto, telefonai a casa di mio fratello per avere notizie della sua crociera: il rientro essendo previsto per quella data, ma imparai da sua figlia che erano ancora bloccati a Lussino dal maltempo e da una pesante avventura che gli era capitata, circa i cui particolari lei non aveva chiari elementi da riferire…
Richiamai di nuovo nei giorni successivi e poi ancora, ma al 26 di Agosto non erano ancora rientrati, quando noi lo avevamo già fatto da alcuni giorni.

(a destra: il porto di Rovigno da cui, per direzioni
opposte, ripartimmo)

L’avventura di mio fratello, quale poi lui ebbe a descrivermi, vale la pena di essere
raccontata, soprattutto in quanto emblematica dell’andar per mare.
Ciò che farò nella prossima puntata.
Sempre a proposito di Aglaja di altre barche curiose.

The lonely dolphin.

























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