domenica 17 aprile 2011

PERICLE (seconda parte)




PERICLE. L’uomo che visse più volte
(seconda parte).

Non ricordo esattamente che lavoro allora facesse… di sicuro lui era un “mercante”, nel senso più ampio ed elevato del termine, avendo insite e sviluppate tutte le doti per esserlo ai più alti livelli: intuito e fantasia per vedere l’affare o perfino inventarlo, il coraggio per osarne i rischi, sensibilità e capacità persuasive per coinvolgere ogni possibile partner, massima accortezza nelle trattative e sviluppato acume psicologico per valutarle e condurle al meglio.
Da lui imparai importanza, complessità e nobiltà del lavoro mercantile, tanto denigrato dai marxisti massimalisti, che fece la gloria e la ricchezza nel mondo delle repubbliche marinare, Genova e Venezia in testa e che permise a Lorenzo il Magnifico di organizzare le prime banche e sponsorizzare la maggiore produzione artistica di tutti i tempi.
Pericle mi ricordarono poi svariate letture di personaggi, reali o di fantasia, avventurieri di successo che vissero vicende epiche mossi da opportunità mercantili finalizzate alla ricchezza, al denaro: lo sterco del diavolo…che muove il mondo e può dare, se ben usato, un po’ di paradiso in terra, alla faccia della cruna di un ago per cui non transitano i cammelli !
Mi rammentava anche il Guareschi autobiografico romanzato della sua divertente “Scoperta di Milano”, che si trova a trattare la compravendita di maxi caldaie ed affini, improvvisato affarista in una Milano in rapida industrializzazione negli anni’30.
Certo è che Pericle fù in grado di guadagnare presto e bene.

A ventanni la perdita del primo figlio fù dolore immenso. Morì a 15 giorni dalla nascita di polmonite, nel 1940, come molti altri neonati in quell’Italia prebellica priva di penicillina (che sarebbe arrivata solo alla fine della guerra insieme agli Americani), con una mortalità neonatale di oltre il 4%.
Alessandro era un bellissimo neonato di 4 chili e otto, la cui brevissima ed inconsapevole vita ebbe comunque lunga memoria in famiglia, ed ebbe peso notevole su me stesso, come forse racconterò altrove.
Ma siccome le disgrazie amano avere compagnia, quasi contemporaneamente morì, anche lui di polmonite, un altro bimbo di pochi mesi, nato da Vittoria, unica sorella di Pericle, di lui maggiore.
I due corpicini furono poi tumulati assieme in una tomba che li custodì per oltre mezzo secolo, sicuramente finchè ci fù Vittoria, sopravissuta di circa 40 anni a Lidia.
Nel ’41 arrivai io, a consolare e benedire…si fa per dire…

Nacqui in via Piave, vicino al mare del faro in corso Italia, dove nel frattempo avevano trasferito il loro nido d’amore Lidia e Pericle.
Ma la guerra era in arrivo e lui fù arruolato come sottufficiale in artiglieria, e ne divenne anche campione di tiro, abilissimo in balistica.
Ma la guerra non la fece: mentre era in licenza per sfollare la famiglia via da Genova, colpita dai primi bombardamenti dal cielo e dal mare, ebbe un incidente d’auto con rottura composta del femore: 40 giorni in ospedale con la gamba in trazione per recuperare i 13 cm. persi con la frattura (allora non esistevano gli attuali dispositivi chirurgici tipo alzati e cammina). Tutti scappavano, noi rifugiammo nell’entroterra Ligure, provvisoriamente a Borgofornari e poco dopo a Busalla,
Pericle era uno dei pochissimi ad avere l’automobile ed a saperla guidare: venne così cooptato da tutti, parenti, amici e conoscenti, per trasportarli via dal pericolo incombente. Guidò per due o tre giorni avanti e indietro, senza sosta, praticamente senza dormire e quando credeva di aver finito, mi raccontava mia madre, cedette all’ulteriore richiesta di soccorso di amici, che trasportò da Genova a Varzi (dove ora, dopo70 anni io vivo !). Al ritorno verso Seravalle, superata Tortona, sul lungo rettilineo di Villaverna si addormentò alla guida finendo ribaltato contro un ostacolo, mandando in frantumi l’osso più lungo.
Mi raccontava Lidia che in ospedale, terrorizzato dalla paura di rimanere zoppo, le chiedeva con stoica sopportazione di aggiungere altri pesi ai gravosi già prescritti dall’ortopedico per la trazione destinata ad allungare il femore mentre l’osso ricresceva. Recuperò quasi 12 dei 13 cm. persi e non si notò mai nel suo incedere questa minima differenza, probabilmente anche compensata da un riassetto scheletrico e muscolare. Portò poi le stampelle, i bastoni…ma non ebbe più a che fare con i cannoni…definitivamente congedato e forse salvato da quell’infortunio.

Il ricordo del quale ebbe anni dopo seguito in un altro più tragico incidente: Pericle tornava da un lungo viaggio di affari in compagnia del dott. Arduino, suo amico e consulente, ed il giovane figlio di altro suo partner, tale Accame, stimato nel mondo Genovese del business.
Da molte ore guidava la sua auto e, memore di quanto già accadutogli per essersi addormentato al volante, cedette infine alle insistenze del giovane Accame perché lasciasse a lui la guida.
Si risvegliò nell’auto capotata in un campo !
Riuscì a venirne fuori, incolume, attraverso un finestrino, mentre sentiva dei contadini urlare dai margini del campo: fermi, non muovetevi ! Si erano ribaltati in un campo minato (la guerra era finita da poco)!
Ciò nondimeno lui tirò fuori dall’auto gli altri due, mise in piedi il giovane Accame e poi estrasse Arduino, che era svenuto e sembrava il più malconcio.
Tornato a girarsi trovò disteso a terra il giovane Accame… che morì poco dopo, in ospedale, senza riprendere conoscenza. Il piantone di sterzo, in assenza di cinture ed airbag, ancora tutti da inventare, gli aveva spappolato stomaco e intestino.

A Busalla passammo il periodo bellico in modo vergognosamente idilliaco !
Pericle aveva avuto in affido, a titolo quasi gratuito, una grande villa sulla collina, circondata da un parco con grandi pini, proprietà dei Marchesi De Ferrari, dove io sviluppai i miei primissimi ricordi ed infine, nel ’45, nell'Aprile della Liberazione, nacque mio fratello Mario.
Tranne il fragore di lontani bombardamenti, il timore di aerei che arrivarono un paio di volte a bombardare vicine stazioni ferroviarie ed il solito “pippo”, aereo ricognitore che passava quasi ogni sera, non avemmo mai problemi.
Perfino quando i Tedeschi in ritirata ci requisirono ed occuparono il primo piano della villa e scavarono buche sotto gli alberi del parco per nascondervi camion ed autoblindo: per il tempo che rimasero si comportarono sempre più che correttamente. Al punto che Lidia, mia madre, lasciava che io scendessi in paese a cavallo con un giovane attendente (ricordo perfino il nome: Emil), per comprare il gelato! Busalla allora era anche nella zona di frequenti conflitti partigiani, ma
non ricordo situazioni di sofferenza, indigenza o disagio. Era come un isola felice, risparmiata dalla burrasca, dove non mancava nulla o quasi: c’erano negozi di ogni tipo, in qualche modo riforniti, il cinema con spettacoli up to date ( a 3 anni nel '44 ci vidi una primizia dall’America: “Biancaneve e i sette nani”, che fù in prima visione a Genova solo dopo il ’46!). C’era il ballo e tante famiglie della Genova “bene” che là, in campagna, avevano le ville per la villeggiatura ed ora le abitavano stabilmente, giovani famiglie con le quali i miei genitori costituivano una piccola comunità elitaria, con ricorrenti frequentazioni, feste, balli, criket, tennis...
Con noi erano rifugiati anche altri parenti (molti erano invece nelle vicine Casella e Torriglia), ma ricordo sopratutto mio nonno Federico, che mi portava in giro a cavalluccio e che dopo il 25 Aprile finì nascosto a lungo in cantina: era fascista di formazione, essendo stato ardito negli Alpini della "grande guerra", ma non aveva mai fatto alcunchè potesse giustificare rancori o vendette eppure dei sedicenti "partigiani" lo cercavano per farlo fuori.

Pericle credo che in quel periodo, graziato dal congedo illimitato, si ingeniasse per recuperare ogni possibile risorsa economica. Nonostante le progressive difficoltà di circolazione continuò ad andare e venire da Genova.
Quando infine gli sequestrarono anche la Topolino riuscì a procurarsi un motocarro ed il permesso di utilizzarlo. Ricordo quando la sera con Lidia gli andavamo incontro a piedi, su per la statale dei Giovi verso Genova ed infine lui arrivava rombando e ci faceva salire accanto a lui sul motocarro. Sento ancora l’odore forte della benzina mal raffinata, carica di zolfo e povera di ottano e gli scoppi del motore.
Penso anche che in quel periodo lui già verificasse le premesse delle imprese commerciali cui si sarebbe dedicato, con grandi successi, nel dopoguerra.

Alla fine della quale lui aveva 27 anni, tanta energia, entusiasmo ed accresciute esperienze e capacità. Che mise subito a frutto, rilevando ad esempio il Saponificio di ValPolcevera, ad Ovest di Genova, business che durò qualche anno, ma credo gli servisse più che altro come base d’appoggio per il traffico import-export di materie prime soggette a dazi doganali agevolati. Si occupò anche di oli minerali (petrolio) e di tante altre cose, gran parte delle quale andarono a buon fine fruttando importanti ricavi.

Nell’autunno del’45, senza fretta, ritornammo a Genova, in un buon appartamento in via Francesco Pozzo, subito sopra piazza Tommaseo, ma ci restammo poco.
L’iperbolica crescita dei suoi affari, gli importanti conseguenti ricavi, il successo incalzante, omologarono Pericle, neppure trentenne, a farsi una notevole villa nella più bella zona residenziale di Genova, il Lido, a 200 metri dall’idilliaco porticciolo di Boccadasse ! Ci andammo ad abitare nel’48: era una casa fantastica, su 3-4 piani, dotata di tutto e di più ( oggi, ormai da 60 anni, cioè da quando Pericle dovette venderla, c’è un piccolo albergo: l’Hotel “La Capannina”).
Ricordo al primo piano l’enorme doppio salone, la sala da pranzo con tavolo in cristallo per 20 coperti, la sala da gioco…, il larghissimo corridoio, i marmi, gli arredi pregiati, i quadri d’autore, l’atmosfera da set cinematografico ai livelli Hollywoodiani, ed all’ultimo piano la sala biliardo ed una grande terrazza vista mare.
Oltre che il giardino tutt’intorno.
Pericle in quegli anni fù veramente al top ! Salì anche alla ribalta della informazione sul Secolo XIX quando, non so in quale importante riunione di uomini d’affari, a lui brindarono come il futuro “Gaslini” (il più importante businessman Genovese del tempo, che a Genova donò l’ospedale per bambini, a lui intitolato, ora famoso in tutto il mondo).
C'erano quattro persone di servizio (ma mia madre non si risparmiava, con l’aiuto di nonna Gisella, allora detta “Maria”, cuoca ufficiale di casa) e persino l’autista, Giuseppe, per guidare la Dodge, limousine americana, di cui Pericle si era dotato.
Una volta, eravamo sulla grande terrazza, mi indicò i terreni confinanti, appezzamenti liberi verso vicino "Nuovo Lido", dicendomi che acquistandoli vi avrebbe costruito per noi campo da tennis e piscina…!
Ed in questa atmosfera, come a ribadirne la dovizia, nel 1948 nacque Elisabetta, nostra sorellina minore, bionda e con gli occhi azzurri (come Mario, il secondogenito), finalmente dopo tre maschi la femminuccia tanto desiderata, la cocchina di papà Pericle, che nel tempo sbocciò in una meravigliosa fanciulla.

Tutto questo noi godevamo e vivevamo in pieno, ma comportava una visibilità di ricchezza che nella mentalità “Genovese” è imprudente ostentazione…Pericle era, ripeto giovanissimo, quindi in parte giustificato per suo questo apparire alla ribalta, ma affatto…genovese. Infatti la proverbiale tirchieria risparmiosa che viene rimproverata ai Liguri non gli apparteneva minimamente. Anzi di lui si poteva dire altro, ma non questo. Quando nei ‘60 usci la canzone di Endrigo, “mani bucate”, Lidia disse che era stata scritta per lui…
Il ricco genovese tipico tiene assolutamente nascoste le sue ricchezze, non le ostenta minimamente e fa mostra quasi… d’indigenza.
Come un amico di Pericle di quel tempo, Alfredo Vallebuona, ricchissimo da generazioni, proprietario di immobili a non finire, di ville e tenute, di una catena di distribuzione cinematografica e di svariati cinema. Lo ricordo con simpatia perché assomigliava a Bop Hope, allora interprete comico dei miei film preferiti e perché
talora mi regalava i biglietti per entrare gratis nei suoi cinema.
Vallebuona andava in giro con i polsini sdruciti, su una topolino che ci pioveva dentro (aveva anche la Lancia Aurelia, ma la teneva nascosta fuori Genova…) e le lacrime agli occhi quando al ristorante toccava a lui il conto. Sua moglie Emma, bella donna sosia dell’attrice Mirna Loy, molto fine ed amica di Lidia, le confidò una volta che non avevano figli perché lui non si sentiva di doverli mantenere…
Pericle invece viveva al contrario, alla grande, spesso al di sopra delle sue reali possibilità. Nella villa c’erano spesso feste, che spaziavano dal ballo nel doppio salone, al bridge nella sala da gioco, al biliardo al piano attico. E quando “giocava” fuori casa, non raramente, con Lidia o senza perché lontano per affari (e Casinò…), non era certo da meno !

Pericle avveva “u scanniu” (gli uffici) in Genova centro, in via Cesarea, laterale di via XX Settembre. Aveva diversi collaboratori, tra i quali c’era, come poi spesso in altre occasioni, qualcuno dei suoi fratelli. Per qualche tempo ebbe anche come “segretario” tale Santacroce, dottore in Statistica, che già aveva fatto da interprete ai comandi USA d’occupazione (ho un ricordo in cui vedo lui, Pericle e me stesso a bordo di una Jeep americana in giro per Genova…).
Il dott. Santacroce negli anni ’60 diventò direttore generale di IBM Italia!
Nella villa ospitavamo a volte anche persone di particolare riguardo e levatura, con cui Pericle intratteneva rapporti soprattutto finalizzati al suo business.
Ricordo solo un tale Ventola,
Italo Americano Agente generale della Coca Cola in Italia, sbarcato al seguito delle truppe USA per aprire il mercato alla famosa bibita. Me lo ricordo perché ce ne regalò alcune casse ed io fui uno dei primissimi bambini a“contaminarmi” con quella bibita, portandola perfino a scuola, di nascosto, fin che il maestro mi scoprì a berla in classe e mi sequestrò la bottiglietta.

Pericle aveva comunque lati del carattere insospettabili. Poteva essere ad esempio molto tenero oppure estremamente duro.
Visto che era un ottimo tiratore amici e conoscenti dediti alla caccia lo convinsero a praticarla. Si attrezzò al meglio e alla prima uscita colse una lepre. Quando la raggiunse la bestiola era agonizzante e lui la finì con grande sofferenza, sua di lui, che avrebbe voluto ora farla rivivere: fù la prima e l’ultima volta di Pericle cacciatore.
Quando invece ci fù l’attentato a Togliatti, ricordo benissimo, ci barricammo in casa: a Genova ci furono i tumulti più gravi (tipo quelli del G8, ma con assai meno danni!) e si temeva un’aggressione dei comunisti più facinorosi verso le case dei ricchi.
In giardino faceva la guardia Gilda, la nostra magnifica Alano Arlecchino, mentre Pericle ed il nonno Federico, armati uno di doppietta a canne sovrapposte, l’altro di rivoltella a tamburo, erano appostati di guardia sul terrazzo panoramico. Quel giorno nessuno uscì di casa.
Poi arrivò la notizia che Bartali aveva vinto una tappa storica del giro d’Italia in corso, il popolo scalmanato ebbe occasione di distrarsi e l’Italia fù salva dalla rivoluzione. E noi con lei.
Ma io ricordai a lungo di Pericle in terrazza, con il fucile in mano, lo sguardo freddo,compreso, determinato…Assomigliava tanto ad uno dei miei eroi preferiti del cinema western: l’Errol Flynn di “Il Generale Custer !

Il dott. Santacroce, futuro G.M. della IBM Italia gli era allora servito come introduzione ed interprete presso gli alti Comandi dell’Esercito USA in Italia per combinare quello che avrebbe dovuto (e potuto) essere l’affare record di Pericle e diventò invece la sua rovina.
Lui aveva avuto un’idea delle sue: finita la guerra c’erano in Italia tanti camion militari made in USA che gli americani non avevano interesse a riportarsi indietro e si potevano comprare per poche lire, ma da noi non c’erano rimaste neppure quelle. Ma c’erano altri paesi dove collocarli, ad esempio l’Argentina, paese ricco, allora emergente verso la motorizzazione dei trasporti…
Pericle si informò, cercò, quantificò, contattò sia il potenziale venditore (l’esercito USA) che i possibili acquirenti, imbastì una trattativa ed ebbe infine caparra di conferma per un ordine di 300 camion revisionati.
Che quindi comprò e fece sistemare.
Ricordo che lo accompagnai all’officina, a Genova, in un garage seminterrato dei nuovi palazzi che ancora costeggiano via Tolemaide, di fronte alla ferrovia. Un garage enorme, lungo centinaia di metri: camminammo per un tempo che mi sembrò non finire mai in mezzo ad una doppia fila di enormi autocarri smaglianti di vernice…troppo grandi, troppo belli, troppo tanti per l’Italia di allora!
Ma arrivati alla consegna merce accadde l’inevitabile.
Esistono diverse versioni, un paio delle quali addizionate potrebbero corrispondere alla realtà. La nave per trasportarli era arrivata a Genova dall’Argentina insieme al figlio del facoltoso acquirente dei camion, incaricato del pagamento della merce e del suo ritiro, ma il governo di Peron stava vivendo problemi che si riflettevano sull’economia del paese, ciò che avrebbe determinato una situazione di ripensamenti da parte del compratore…insomma, la versione ufficiale fù che l’affare saltò per inadempienza del compratore. Ma molti anni dopo qualcuno mi raccontò la storia vera:
Pericle andò incontro al giovane suo coetaneo Argentino, portatore del denaro e
…si piacquero a prima vista! Intesa totale: belli e ricchi entrambi, dotati viveur, potenziali tombeur de femmes, ma sopratutto con un’identica grande passione: il gioco d’azzardo…Sembra lo capissero entrambi senza neppure parlarne, solo guardandosi negli occhi. E subito furono complici.
Così partirono per la tangente, sparendo verso San Remo e Montecarlo, dove nel giro di qualche giorno “sbancarono” entrambi i Casinò, lasciandovi l’intero importo destinato all’acquisto dei 300 autocarri, almeno 10 milioni di euro attuali, insieme alla camicia !
Chi dei due aveva perso ? Entrambi, perché l’Argentino se ne ripartì senza più denaro e senza merce, Pericle rimase con i suoi autocarri, su cui tutto aveva investito e forse anche di più, ma che in Italia valevano poco o niente, mancando i potenziali acquirenti. Probabilmente si erano giocati anche la caparra e Dio sa cos’altro ! Quel po’ che si riuscì a ricavare dalla svendita frazionata non servì neppure a pagare i debiti con l’officina ed il garage.
Ed altra acqua arrivò a piovere sul bagnato: il fisco, che divenne il suo principale nemico da allora in poi, per 40anni, sin dopo il suo decesso !
Non so quali fossero le sue inadempienze, ma sicuramente erano legate all’attività del saponificio, ormai ceduta ed enfatizzate dal dovizioso, eclatante stile di vita poi esibito…Fatto sta che gli arrivarono cartelle esattoriali per oltre 40 milioni di lire, un’enormità per quel tempo (l’esatta equivalenza ad oggi è di 700mila euro) !

E così, assai presto, iniziò la parabola discendente di Pericle, già stella nascente nel mondo degli affari genovese.

(fine seconda parte, continua)














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