martedì 12 aprile 2011

PERICLE (prima parte)


Pericle, l’uomo che visse più volte.

La sua vita fù in gran parte un’avventura e merita perciò di essere raccontata più di altre cose, ma non è facile per me, in quanto figlio.
Temo di non essere adeguato, obbiettivo, sereno nelle inevitabili valutazioni, sia pure indirette, positive o negative. Inoltre i miei ricordi sono in parte filtrati dal lungo tempo passato, quando non altrimenti relativi alla lontana memoria di racconti che mi furono fatti da mia madre o da altri parenti, amici, conoscenti. Ci provo e spero di farlo al meglio delle mie modeste capacità.

Per cominciare ecco le inevitabili valutazioni, necessarie per definirlo.
Pericle era innanzitutto un vero “signore”, un gentleman ed un “vero” uomo. Preciso: non era raffinato, affetato, manieroso…, non esibiva modi “signorili” con distacco ed alterigia, né si atteggiava…Lui era !
Era una persona molto educata, di gran classe e disinvolto portamento, dotata di carisma, intelligenza oltre la media, arguzia, fantasia, creatività ed incredibile intuito.
Ma all’occorrenza poteva confrontarsi anche rudemente e virilmente con chi lo provocasse o meritasse, senza tuttavia compromettere la sua signorilità. Così come sapeva all’occorrenza disinvoltamente adeguarsi, senza eccessivi problemi, ad ogni ambiente o situazione, spaziando in ogni ambito, pur preferendo decisamente quelli che più gli erano congeniali.
Coraggio, disinvoltura, savoir faire, senso dell’opportunità… li aveva tutti, così come spiccato senso dell'ironia. Lo caratterizzava inoltre, in generale, uno spiccato senso critico, che anch'io da lui credo aver molto assimilato.

Volendone paragonare l’immagine a quella di attori noti del suo tempo, ad alcuni dei quali fisicamente somigliava non poco, lo si potrebbe accostare nei modi ed in alcuni tratti a David Niven, come sempre lo ha visto mia moglie. Io invece, soprattutto da bambino, l’ho sempre identificato con Errol Flynn, mio eroe preferito di tanti film d’avventura, da Robin Hood al Generale Custer.
Ma generalmente allora veniva “riconosciuto” come sosia di Amedeo Nazzari, che sapeva benissimo imitare (“…e chi non è con me peste lo colga !”) ed a cui fù una volta presentato a Roma come tale.
Alto esattamente 6 piedi (182,5), molto per la sua generazione, 80-85 chili, spalle larghe, volto assai piacente (forse anche più di Niven e di Nazzari), aveva voce ben modulata, senza inflessioni, da attore, che giovanissimo era anche stato, interprete di non ricordo quale nota romantica commedia, assai di moda negli anni’30.
Non so quali scuole avesse frequentato, ne fino a quale livello, ma sicuramente aveva ottima cultura generale, da accorto, curioso, ambizioso ed intelligente autodidatta, quale soleva definirsi, perfino vantandosi di esserlo.
Di mentalità molto aperta, laico moderato, era soprattutto “liberale”, in ogni senso: in politica, in economia e nell’etica dei costumi, fatti salvi la decenza ed i canoni basilari della morale comunemente intesa, ma con ampi spazi per la tolleranza, ma senza nulla concedere ad un basilare rigore morale.

Difetti ne aveva, anche se i più gravi io li imparai mio malgrado quando avevo già 23 anni. Prima di allora consideravo negativamente che fosse gran fumatore, il disinteresse per l’esercizio fisico, la schiena progressivamente curva che lo aveva un po’ ingobbito negli anni. Volendo cercare il pelo nell’uovo direi anche che era esageratamente sensibile in quanto a pulizia ed igiene, se pur non proprio a livello maniacale. Tutto qui, non ricordo altro sino ad allora: un padre praticamente perfetto!
A parte la “sfortuna” che lo perseguitava, diceva mia madre, ma quella non è normalmente classificabile come “difetto”.
Poi imparai che la sua sfortuna… se l’andava regolarmente a cercare, non solo nel gioco d’azzardo, ma anche spesso rischiando eccessivamente negli affari.
Soprattutto era un “giocatore” incallito, nato praticamente tale, che passò metà della sua vita rovinandosi col gioco d’azzardo.
L’altra metà la spendeva al meglio, con genialità, grandi capacità, tanto lavoro, inventiva, sacrifici, ma anche tanto spirito d’avventura, a procacciare guadagni spesso notevoli, talora veramente importanti, in affari, settori e situazioni continuamente mutevoli, sempre in fuga dai “problemi” che si era lasciato alle spalle, alcuni dei quali lo inseguirono per tutta la vita e perfino oltre…!

In lui c’erano almeno due anime, coabitanti senza apparente conflittualità, senza schizofrenia: quella dell’avventuriero ad oltranza, probabilmente con vocazione di viveur, votato alla notte, al bel mondo dei Casinò di una volta, Hotel lussuosi e signore sensibili alla galanteria raffinata…
E l’altra, quella del buon “pater familias”, sempre di esempio per i figli, educatore intelligente, moderato ed esemplare, spesso ironico, arguto, divertente, spiritoso, di mentalità aperta, con svariate concessioni all’anticonformismo intelligente.
Assiduamente presente, anche quando non c’era…non l’ho mai percepito “assente”, anche quando fisicamente lontano e così credo anche i miei fratelli.
Circa l’anima avventuriera debbo precisare che fù sempre persona assolutamente discreta ! Le sue “avventure”, di ogni genere, in famiglia le abbiamo più che altro immaginate, al massimo intuite. Ma sicuramente ci furono. Mia madre credo arrivasse a saperne qualcosa, ovviamente soffrendone, giustamente gelosa.
La ricordo frequentemente alla ricerca d’indizi, di “tracce” di rossetto, di capelli non suoi, di lettere o telefonate che potessero tradire…i tradimenti.
Ma come due e due fanno quattro, lui corse certamente la cavallina, non poteva essere altrimenti in certi periodi, quelli d’oro, in cui era giovane, bello, aitante, fascinoso e ricco…o quasi. Periodi nei quali era spesso via per affari, negli ambienti giusti, Roma, Milano, Bruxelles, Buenos Aires, ma anche Sanremo, Montecarlo, Venezia Lido ed anche San Marino, per un breve periodo particolarmente …rovinoso..
L’unica indiscrezione di una sua conquista femminile, che avrebbe per qualche tempo frequentata, corrisponde al nome dell’attrice Valentina Cortese.
Non so come giungesse alla notorietà anche di mia madre, che a distanza di molti anni, ormai sopita la tempesta di gelosia ed ingoiato il rospo, ancora ne faceva racconto alle nuore ignare.

Nato a Genova nel 1918 da Mario ed Edilia, giovane vedova con già due figli, Serafino e Vittoria. Pericle fù il terzo per lei, ma il primo di altri quattro figli avuti poi con Mario: dopo di lui arrivarono infatti Silvio, Edilio e Piero. In totale sei, una bella tribù che i genitori inquadrarono, come si soleva, con amore e disciplina. Papà Mario era uomo comprensivo ma di polso, rigoroso: una volta lasciò Pericle, già quasi ventenne, fuori dalla porta di casa tutta la notte perché rientrato dopo il coprifuoco della regola da lui imposta.
Ciò nondimeno mia madre conservò sempre del suocero un bellissimo ricordo, di vero signore, garbato e virile, intelligente e comprensivo.
Aveva solo un difetto, grave per quei tempi, era un po’ antifascista, ciò che creò anche a lui non pochi problemi, specie con il lavoro di amministratore delle Farmacie Burlando di Genova.
Di lui ricordo soprattutto quello che mi raccontava mia madre, tanti anni fa, essendo entrambi morti giovani: il nonno Mario a 52 anni, nel 1942, di ictus forse dovuto anche ai problemi per le gravi conseguenze della sua dissidenza politica. Aneddoto notevole il fatto che a pranzo, ascoltando inevitabilmente Mussolini che imperversava con le sue demagogiche, gli gridasse contro mentre lanciava pezzi di pane all’apparecchio radio: “magia e stanni sittu” (mangia e taci).
Lidia, mia madre morì anche lei poco più che cinquantenne, nel 1974, portando con sé i suoi ricordi che non avrebbe più potuto trasferirmi.
Alla morte prematura del padre Pericle aveva solo 24 anni e si fece in gran parte carico della madre e dei fratelli minori: Piero sui dieci anni, Edilio sui quindici, Silvio di poco maggiore.
Pericle allora era già sposato da 3-4 anni ed aveva già avuto due figli: Alessandro nel ’39, morto di polmonite a sole due settimane di vita, poi io, nel’41.

Pericle e…Lidia.
I nomi potrebbero indicare i protagonisti di una romantica fiaba ellenica, ambientata nell’antica Grecia…
Si conobbero giovanissimi frequentando rinomata scuola da ballo genovese Righetti, luogo istituzionale per la bella e morigerata gioventù del tempo, forse più frequentato per opportunità d’incontri che non per l’apprendimento della danza.
Immediata fù l’attrazione e fatale, tra il giovanissimo, alto, slanciato ed elegante men che ventenne e l’ancor più giovane (neppure diciottenne) “vamp”, mora, deliziosamente formosa e fascinosa, ma tenerissima “Signorina Grandi Firme” (così allora venivano definite le fanciulle degne di apparire in copertina dell’omonima Rivista mensile di glamour e gossip, quando queste parole non solo erano inusuali, ma anche “proibite” dall’autarchia sciovinista del Fascismo imperante).
Entrambi dotati di fattezze tali da poter competere con i bei divi del Cinema anni ’30, ’40 e ’50 senza minimamente sfigurare.
Lidia era figlia unica, nata…per un errore di natura alla rovescia, come forse racconterò in un’altra assai più breve storia.
Di umili origini, suo papà Federico ai tempi era tramviere, poi controllore ed infine capo del deposito dei tram di Boccadasse. La mamma Gisella (da tutti chi sa perché chiamata“ Maria” per oltre trent’anni) veniva dall'Emilia Parmense, cuoca eccezionale e donna di forte temperamento, fisicamente prorompente, fù per noi “la nonna” di casa, contribuendo assiduamente con la sua presenza all’andamento del menage familiare, talora mettendo anche a prova la pazienza del genero, che pure ne aveva tanta.

Pericle e Lidia, come si può dedurre dai fatti poi velocemente accaduti, passarono presto dalla danza della scuola a maggiore intimità, progressivamente sempre più coinvolti dall’inevitabile, irresistibile passione, da un grande, trascendente amore che poi durò, nonostante “tutto”, sino alla precoce morte di lei. E per Pericle anche dopo, con il rimpianto inevitabile che si ha sempre per tutto quanto ci viene poi in mente che di più avremmo potuto fare e dare...
Fù così che, dalle parti del 1938, necessariamente muniti dei rispettivi consensi paterni in quanto minorenni, i due giovanissimi, bellissimi, innamoratissimi (ed… inseguitissimi da una cicogna…quasi una tradizione di famiglia), convolarono a giuste nozze !

(fine prima parte. Continua.)



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